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  Curiosità
UNA MUMMIA AD AGRA
        Sebbene siano trascorsi cento anni da quando giunse in Agra una mummia egiziana, non si è ancora spenta l'eco del fatto che suscitò, tra la popolazione, curiosità e disagi. Protagonista della singolare avventura fu Francesco Baglioni, primo rampollo di una famiglia agiata, proprietaria dell'omonimo « hótel » in Firenze e di una casa per vacanze in Agra. Francesco, fin dalla prima infanzia, aveva mostrato un'indole caparbia e possessiva, dandone lampante prova a quattro anni quando la madre Petronilla in un gelido febbraio volle condurlo ad Agra nella speranza che l'aria montana gli mitigasse una fastidiosa « tosse asinina ». Il piccolo possedeva un gallo al quale era molto affezionato, volle forzatamente portarlo con sé. Il viaggio in treno da Firenze a Milano, si svolse regolarmente, con il pennuto viaggiatore racchiuso in una scatola di cartone, ma giunti a Milano l'animale cominciò a dare segni di insofferenza e nervosismo, lacerò l'involucro fuoriuscendo e mettendosi a cor-rere come un folle per le vie della città inseguito dalla signora Petronilla che, con Francesco in lacrime fra le braccia, gridava: Pigliatelo! Pigliatelo!!
Un gentile passante venne in soccorso e, dopo aver catturato l'evaso, accompagnò gli sconcertati viaggiatori al piccolo porto del Naviglio dove li aiutò a imbarcarsi su un rudimentale barcone mercantile che avrebbe raggiunto il Ticino e successivamente il Lago Maggiore. Lungo tutto il fluviale tragitto il gallo continuò a starnazzare suscitando non poco scompiglio in mezzo ai passeggeri e con grande disappunto del personale addetto alla navigazione. Fra turbini di nevischio, chiassate del gallo e tosse convulsa, sul far della sera i viaggiatori approdarono al porticciolo di Colmegna; esausti si affidarono a due portatori che attendevano l'arrivo del barcone nella speranza di guadagnare qualche lira offrendo i loro servigi ai viaggiatori.
In una gerla venne messo Francesco con il suo gallo al quale vennero legate le ali e le zampe, nell'altra i bagagli, mentre Petronilla reggeva la lanterna camminando in testa al gruppo. Il nevischio si trasformò in larghi soffici fiocchi. L'ascesa dell'impervia mulattiera che portava ad
Agra (Km. 8 circa) rimase memorabile per Petronilla: giurò solennemente a se stessa che d'inverno ad Agra non sarebbe mai più tornata.
Dopo queste peripezie Francesco non solo guarì dalla pertosse e superò tutte le malattie dell'infanzia ma seppellì in Firenze il suo caro gallo morto di vecchiaia. Giunto alla soglia dei vent'anni volle emigrare in Egitto in cerca d'avventura.
Attraversato il Mediterraneo e giunto al delta del Nilo fu subito conquistato dalle favolose bellezze di quella terra, il fiume esercitò su di lui un fascino indescrivibile. Raggiunse il Cairo e si impiegò in un albergo dove conobbe Leda, una giovinetta egiziana dai capelli rieri come l'ebano e dalle guance vellutate come petali di rosa, bellissima. Vederla e volerla sua fu tutt'uno; anche alla fanciulla il bel maschio latino non risultò indifferente.
L'amore sbocciò con tutto l'impeto dei vent'anni e fu duraturo ma Leila non voleva maritarsi con un europeo e Francesco amareggiato, non riusciva a sentirla totalmente sua. Invitò la madre a recarsi al Cairo per persuadere la giovane alle nozze ma neppure questo tentativo diede esito positivo; per nessuna cosa al mondo lei avrebbe lasciato l'Egitto. Francesco si adeguò allora ai desideri dell'amata e decise di rinunciare per sempre all'Italia pur di restarle vicino. Passarono quattordici anni felici e Francesco conobbe, gustandolo, tutto il fascino di quelle terre, arrivando a rendersi conto della ferma posizione di Leila. La bella egiziana lo accompagnò fino alla favolosa Valle dei Re, sulle rive del Nilo Bianco e lungo quelle del Nilo Azzurro.
Mamma Petronilla ritornò a visitare il figlio dopo dieci anni dalla sua prima visita ma colpita dalle febbri che impervesarono a quei tempi, morì al Cairo. Francesco fece subito le pratiche necessarie per spedire la salma ad Agra dove giunse un mese dopo racchiusa in una voluminosa cassa lignea dotata di un finestrino munito di vetro, attraverso il quale gli Agresi videro per l'ultima volta il viso della signora Petronilla che purtroppo era in avanzato stato dei decomposizione.
In seguito anche Leila fu colpita dal grave morbo e a nulla valsero le cure dei migliori medici del Cairo e l'amore di Francesco. Non fu possibile strapparla alla morte. Aveva solo trentacinque anni.
Conoscendo l'indole dello sventurato Francesco è facile immaginare la sua desolazione e il suo ribellarsi al destino così crudele che gli toglieva l'amata per chiuderla in un sepolcro. La fece quindi mummificare
e la portò nella sua camera d'albergo che, prudentemente rinchiudeva sempre, tenendo la chiave gelosamente appesa all'ultima asola del gilè. Tutto andò bene per diversi anni, anche se le bellezze di Leila erano celate da bianche bende, ma un giorno cambiò la gestione dell'albergo
e il nuovo proprietario, scoperta la mummia, impose a Francesco l'immediata rimozione. Perseguitato dalla cattiva sorte e non trovando il coraggio di separarsi dall'amata, Francesco vide come ultimo sicuro approdo la casetta di Agra dove, non si sa come, giunse finalmente in compgnia dell'inseparabile mummia.
Sopra i due piani della casa, una camera si ergeva a mo' di torretta, dalla cui finestra la vista del Lago Maggiore in quasi tutta la sua totalità, ricordava al romantico solitario, quel Nilo lontano, sulle cui rive aveva passeggiato per anni con Leila, lasciando sul fertile limo quadruplici orme. L'armadio a muro che dominava la parete centrale di fronte al letto, ben si prestò per ospitare Leila, appesa a due ganci mediante una cintura di cuoio che, passata attraverso la vita, la teneva ben salda in posizione verticale. Più nessuno avrebbe potuto separarlo dalla sua amata, nessuno avrebbe potuto contestargli il diritto di tenere in camera sua la donna della sua vita.
La sera, prima di coricarsi, egli apriva l'armadio, gli bastava vederla, se pur in bende, esprimergli il suo immutato eterno amore e chissà quali tenerezze amorose le rivolgeva prima di addormentarsi e rivivere in sogno l'indimenticabile avventura.
Passarono alcuni anni e Francesco cominciò a sentirsi un povero uomo solitario, precocemente invecchiato a causa dello sconforto che lo opprimeva ad ogni risveglio, davanti a quel fascio di bende immote.> Entrò in confidenza con il suo vicino di casa Francesco Melli detto Cechìn », sarto, che accettava di trascorrere le serate con lui, mentre cuciva fino a tarda ora. Divennero amici e « Cechìn » in breve apprese tutto sull'Egitto, culla della civiltà. Ma di Leila, Francesco non raccon¬tava mai nulla all'infuori dell'essenziale, anche se l'amico cercava spesso di entrare in argomento, curioso di sentire che cosa ci fosse stato fra di loro e di conoscere le arti amatorie delle maliarde egizie. Egli non si sbottonava, l'amore di Leila era cosa
In seguito ad una ennesima domanda del sarto, Francesco si lasciò tuttavia trasportare da una solenne promessa: « Alla mia morte Leila sarà tua ». La tristezza perseguitava Francesco finché un giorno decise di ritornare in Egitto. Rinchiuse l'armadio a chiave, vi applicò un robusto lucchetto; alla porta della camera, cambiò la serratura mettendone una più robusta, sopra la quale avvitò due chiavistelli.
Non potè più lavorare nell'albergo del Cairo dove troppi ricordi gli avrebbero ulteriormente rattristato l'esistenza e trovò occupazione, in qualità di ristoratore, in una locanda di Assiut, piccolo villaggio del Delta. Da quel luogo osservava a lungo il Mediterraneo e il cuor suo affidava alle onde i sospiri destinati alla donna confinata nell'armadio lontano.
In breve si ammalò e neppure fece in tempo a rimpatriare che la morte rapida lo colse. Aveva cinquantasette anni. Il suo atto di morte è trascritto nel registro di Stato Civile del Comune di Agra dell'anno 1907, al progressivo n. 2, datato 9 marzo. Dati anagrafici: celibe, professione ristoratore. Non risultano riportate le cause del decesso prematuro ma tutto lascia supporre che Francesco morì d'amore e nostalgia.
Successivamente venne ad abitare in casa Baglioni il cugino Luigi che si era ritirato dal lavoro a Firenze e fatta la macabra scoperta della mummia nell'armadio, con comprensibile sollecitudine volle soddisfare le ultime volontà del congiunto defunto, consegnando al vicino « Cechìn » la mummia lasciatagli in eredità.
Da quel giorno l'imbarazzato ereditiere non riuscì più a dormire la notte anche perché viveva in un monolocale che gli serviva da sartoria, camera da letto, cucina e soggiorno. La mummia, sistemata nell'angolo presso la finestra, nell'intento di celarla, spesso faceva funzioni di manichino, trovandosi sulle spalle abiti in prova, con grande disappunto dei clienti allibiti. Causa l'insolita eredità il povero sarto, che aveva perso il sonno notturno, non concludeva più nulla di buono perché gli accadeva di appisolarsi durante il giorno e allora cominciavano gli incubi. Gli apparivano figure mostruose, uomini con teste di sciacalli di cui gli parlava Francesco che nell'antico Egitto erano adorati, grandi leoni di pietra, lunghe file di mastodontiche colonne marmoree, labirinti in¬terminabili entro i quali si perdeva per trovarsi faticosamente all'uscita di fronte a una mummia gigantesca e persino ad una moltitudine di mummie che formavano un cerchio entro il quale lo racchiudevano fino a soffocarlo.
Il povero sarto aveva perso la sua serenità, la forza di lavorare e dava segni di grave esaurimento nervoso. Gli amici, preoccupati, si riunirono all'osteria e tennero consulto. La decisione fu unanime: « La mummia deve sparire ». Da prima pensarono di rubarla e bruciarla ma considerato che il sarto non usciva più di casa, ciò era impossibile. Allora si recarono di buon mattino dal Cechìn e con molto garbo gli fecero capire che la mummia lo avrebbe perseguitato fino a quando non le fosse concessa la sepoltura.
Il sarto da prima fu riluttante al pensiero di fare cosa sgradita alla buonanima del defunto, alla fine però acconsentì ma volle che Leila fosse sepolta nel suo giardino, proprio sotto un lillà che in quei giorni di maggio era in fiore. Il corpo della bella egiziana trovò finalmente pace allorché sulle candide fasce cadde copiosa la fresca terra di Agra. Melli Francesco, per gli Agresi il bravo sarto Cechin, morì di vecchiaia nel 1932.
Francesco Baglioni, protagonista di questa stupenda avventura, è ricordato in paese dai più anziani che lo conobbero, come persona di spiccata intelligenza che parlava diverse lingue e aveva un portamento distinto e signorile anche se nel suo sguardo enigmatico serbava tutto per sé il dolce segreto di un grande amore.

 


Fonte:
"AGRA Racconta la sua storia" di Jole Antonini Ballinari
 
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